Guantanamo secondo Assange
Nei 779 documenti segreti sul carcere speciale di Guantanamo che Wikileaks e altre sette testate internazionali hanno iniziato a pubblicare domenica sera c’è un po’ di tutto: agenti doppiogiochisti, pastori arrestati per sbaglio, terroristi mendaci, scambi di persona, confessioni contraddittorie, trasferimenti impossibili, scontri fra detenuti e guardie, cooperazione fra detenuti e guardie, operativi di al Qaida che riescono a farsi rilasciare per tornare al jihad globale con più convinzione e molto altro. Leggi tutti gli articoli del Foglio su Guantanamo
20 AGO 20

Nella qualità di questi documenti c’è poi il problema non secondario della tempistica: la rivelazione di Wikileaks è un centone di documenti scritti dagli uomini del Pentagono fra il 2002 e il 2009 ma che poi è stato rivisto da una commissione, la Guantanamo Review Task Force, che Barack Obama ha istituito due giorni dopo la sua salita alla Casa Bianca, contestualmente alla promessa – bella e impossibile – di chiudere il carcere speciale entro un anno. Nella sua dichiarazione ufficiale sui Gitmo Files, il Pentagono mette in guardia i lettori: “La Guantanamo Review Task Force, nominata nel gennaio del 2009 ha esaminato i Dabs (i documenti pubblicati in parte da Wikileaks, ndr) nel corso della revisione delle informazioni sui detenuti. In alcuni casi, la Task Force è arrivata alle stesse conclusioni dei Dabs. In altri, è arrivata a conclusioni diverse grazie a informazioni più aggiornate o altre disponibili”.
Nella rappresentazione liberal Guantanamo è peggio del male assoluto: è il male assoluto perpetrato dall’impero del bene, quindi è male che corrompe i depositari della democrazia rovesciando le loro tavole morali e sovverte l’intero ordine delle cose. E’ il male nella sua versione più oscura e fedifraga. L’ideologo di Wikileaks è un avamposto della falange che vuole sbarazzarsi di questo male, tanto da avere portato il ragionamento alle sue estreme conseguenze: non solo questo o quel governo è responsabile di atrocità, soprusi, abusi di potere e menzogne, ma il concetto stesso di governo contiene nella sua struttura intima il germe della corruzione. E’ con il pretesto di mettere a nudo questo germe che scatta l’operazione trasparenza. Tutto può e deve essere rivelato, dai danni collaterali nella guerra in Iraq al gossip diplomatico del dipartimento di stato, fino ad arrivare ai documenti che dovrebbero provare che Guantanamo è un’istituzione concepita da una mente vendicativa e ossessionata da un nemico che la incalza da ogni parte.
Ma quello che si ricava dalla prima tranche di documenti su Guantanamo è l’esatto opposto di questa visione ultrasemplificata della realtà. Che cosa dicono in sintesi i file ottenuti illegalmente da Assange? Che la realtà di Guantanamo è molto più complessa della rappresentazione che ne hanno fatto i tifosi della sinistra liberal. C’è, ad esempio, l’estrema difficoltà dell’intelligence nel raccogliere informazioni. Said Mohammed Alam Shah era un giovane afghano che aveva perso una gamba saltando su una mina quand’era un teenager. Nonostante l’handicap è stato reclutato dai talebani come autista ma nel 2001 è stato catturato dagli americani mentre, parole sue, “tentava di salvare suo fratello dai talebani”. Il documento dedicato a Shah risale al 2003, quando gli uomini del Pentagono hanno ritrattato le prove a suo carico: Shah non era un guerrigliero talebano ma un povero afghano senza colpa che è stato costretto ad arruolarsi da minacciosi jihadisti con il ricatto. Gli autori parlano di Shah in modo persino compassionevole, lodando la sua volontà di “cooperare” e notando che il detenuto “non ha commesso atti di violenza né ha minacciato gli Stati Uniti o i suoi alleati”. Un terribile equivoco, insomma, che la commissione incaricata decide di riparare dichiarando che “il detenuto non rappresenta una minaccia”, preludio alla sua scarcerazione. Shah però non era nato in Afghanistan, non aveva combattuto controvoglia per la causa jihadista e il suo nome, in verità, non era nemmeno Shah.
Si chiamava Abdullah Mehsud, nato in Pakistan e unito al terrorismo globale contro l’occidente per scelta libera e consapevole. Quando è arrivato in Afghanistan si è immediatamente riunito ai suoi vecchi amici per organizzare la vendetta contro il nemico. Ha pianificato attentati, registrato filmati di propaganda, ha supervisionato il rapimento di due ingegneri cinesi e un attacco al ministro dell’Interno pachistano in cui sono rimaste uccise 31 persone. Braccato dall’esercito di Islamabad, Abdullah si è nascosto fin quando ha potuto e un giorno si è fatto saltare sotto gli occhi degli agenti. Osama bin Laden in persona ha esaltato il martirio di Mehsud.
Quello del detenuto che mente con successo e viene rilasciato non è un caso estremo, ma una complicazione classica fra gli oltre 700 che sono stati incarcerati e i 172 che tuttora sono nella base americana a Cuba. Chi passa per Guantanamo rappresenta per forza una zona grigia e contraddittoria, intrinsecamente difficile da ricostruire con le categorie della giustizia ordinaria. Haji Jalil è finito a Guantanamo dopo che il capo dell’intelligence afghana nell’Helmand lo ha indicato come responsabile di un’imboscata che ha ucciso due soldati americani; in realtà il responsabile dell’attentato era proprio il capo dell’intelligence, che ha scaricato la colpa su Jalil per dirottare le indagini. Sharbat, invece, ha passato tre anni nel carcere speciale senza nessuna accusa: era un pastore nel pascolo sbagliato al momento sbagliato. Gli americani lo hanno portato a Cuba, ma dopo lunghi interrogatori in cui credevano mentisse senza pudore hanno capito che era effettivamente un pastore ignaro del jihad globale.
Sorte ancora più complessa per i tanti detenuti yemeniti che si erano arruolati in Afghanistan per combattere nella guerra civile, prima dell’11 settembre 2001. Molti di loro sono estranei alla narrativa del terrorismo globale, ma sarebbe troppo rischioso trasferirli nel loro paese d’origine, sentina dei movimenti qaidisti nella penisola araba. Persino la magnifica reputazione della Bbc esce ammaccata: nei telefoni di diversi detenuti è stato rintracciato un numero, ora disattivato, della redazione di Londra contattato più volte da lacuni terroristi. Ogni singola storia contiene contraddizioni, menzogne e irrisolvibili circoli viziosi. E’ l’essenza stessa del terrorismo trasversale. A questa bisognava opporre una soluzione uguale e contraria che si trova, al pari dei suoi nemici, a correre sul crinale della legge. I documenti di Wikileaks illuminano questa complessità ineluttabile, la stessa che Obama si era illuso di appiattire enunciando il solito sillogismo liberal: Guantanamo è il male, quindi va chiuso. Anche Julian Assange, ora, gli spiega che le cose non sono così semplici.